Tofet

All’estremità settentrionale della cittadina di Sant’Antioco, in posizione periferica rispetto all’abitato fenicio, si trova il tofet, una particolare tipologia di santuario cittadino di matrice culturale fenicia. La località conserva ancora oggi il nome di “Sa guardia ‘e is pingiadas” (la guardia delle pentole), reminiscenza popolare della presenza di numerosi contenitori in ceramica che spesso emergevano nella zona. Il termine tofet viene comunemente utilizzato per identificare una particolare tipologia di santuario diffusa nelle città fenicie e puniche del Mediterraneo centrale. Il tofet è un’area sacra a cielo aperto, posta in posizione periferica rispetto all’abitato e dotata di recinti, altari o sacelli.

Sulla roccia naturale o sul terreno venivano deposte le urne contenenti le ceneri di bambini mai nati o deceduti prematuramente, i quali venivano cremati e spesso accompagnati da un’offerta funeraria, perlopiù agnelli e volatili anch’essi incinerati. Il tofet costituiva un’area sacra e funeraria dedicata a coloro che non possedevano ancora un’identità sociale definita e pertanto venivano riconsegnati alla divinità poiché bisognosi di particolari protezioni e rituali. In una fase avanzata della vita del santuario iniziarono ad essere deposti, accanto alle urne, alcuni votivi litici: le stele.

È frequente ritrovare semplici pietre aniconiche che verranno progressivamente sostituite da piccole edicole interessate da numerose elaborazioni formali e stilistiche. Le stele rappresentavano il ringraziamento dei genitori del piccolo defunto alla divinità per aver ricevuto il dono di una nuova nascita e, pertanto, la prosecuzione della propria discendenza. Le iscrizioni, sovente incise nella pietra, ci indicano le due divinità titolari del tempio, la dea Tanit e il dio Baal Hammon.

Gli studi relativi al santuario del tofet ed ai rituali in esso praticati sono stati condizionati per lungo tempo da quanto tramandato dalle fonti greche e latine. Si è infatti ritenuto che il tofet fosse il luogo preposto ai sacrifici cruenti dei primogeniti immolati alla divinità, tanto da divenire il simbolo della crudeltà e della implicita inferiorità della civiltà fenicia e punica.

Tuttavia, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, iniziano le prime analisi osteologiche sui resti dei piccoli defunti rinvenuti a Cartagine e negli altri santuari tofet. Sulla base di tali analisi si è giunti alla scoperta di una buona quantità di resti ossei riconducibili a feti.

Per di più, nella maggioranza dei casi in esame, si è appurato che le ossa riguardavano bambini deceduti entro i due anni dalla nascita ed erano prive di tracce evidenti relative ad una morte violenta. Sebbene il dibattito nel mondo degli studi sia ancora oggi aperto, la consistenza dei dati scientifici permette di sostenere che il tofet costituisse un’area sacra dalle complesse valenze sociali e religiose, destinata ad accogliere le sepolture di una categoria “particolare” di defunti, deceduti in tenerissima età o nati morti.

L’invocazione della benedizione divina per l’arrivo di nuove nascite costituisce inoltre parte integrante del rituale svolto nel santuario, in un’epoca in cui la grande mortalità infantile rende irrealistico il sacrificio sistematico di una numero considerevole di vite umane.